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Hotel One e la mia prigione (Seconda Parte).

 

Mano a mano che passano le giornate all’interno del carcere, inizio a scoprire una realtà fatta di dinamiche ed abitudini fino a quel momento a me sconosciute.

La routine è ben scandita. Sveglia e colazione. Lavoro oppure istruzione, per alcuni. Pranzo. Lavoro o istruzione pomeridiana, sempre e solo per alcuni detenuti. Doccia e cena. Tutti in cella prima delle diciannove. Può sembrare un’agenda fitta di impegni ma la verità è ben diversa. Solo alcuni detenuti, o comunque mai tutti insieme, possono svolgere le varie attività collaterali all’interno dell’istituto. Tutti gli altri aspettano. E fumano per ingannare il tempo.

In carcere si segue la linea adottata dal governo inglese circa la posizione sul “fumo”. Sono concesse solamente sigarette elettroniche (fornite dall’istituto) ed è permesso fumare solamente in alcuni ambienti.

Il mio ambulatorio è attiguo alla sezione “alfa” dell’istituto. Sono seduto alla scrivania e sto finendo di scrivere il resoconto dell’ultimo paziente visitato, il quadro clinico non mi convince. Parlerò di questo caso con il medico della struttura durante il meeting del pomeriggio. La questione va approfondita.

Qualcosa mi distrae. Stacco gli occhi dal monitor del computer. Annuso l’aria. Un forte odore, acre, mi infastidisce. Non è la solita marijuana che brucia. E’ qualcosa di diverso. Esco in corridoio quasi convinto che qualcosa abbia preso fuoco all’improvviso. Nel corridoio non sono l’unico con quella preoccupazione.

Altri colleghi si affacciano per cercare di capire.

 

Passano pochi minuti e, alla radio, viene diramato un codice blu. Meno grave del rosso; un codice blu viene chiamato quando qualcuno è trovato steso a terra, non responsivo, senza presenza di sangue sulla scena.

La destinazione è proprio la sezione attigua alla nostra, da dove arriva quell’odore acre.

Ci precipitiamo io e il mio collega Piotr. E’ ora di pranzo e per aprire una cella dobbiamo attendere un permesso speciale da parte delle guardie. Nel frattempo, guardo attraverso lo spioncino. La cella è satura di fumo, grigio e denso. Non vedo fiamme e comunque l’allarme anti incendio non è scattato. Del detenuto vedo solo i piedi, è sdraiato in obliquo sul pavimento.

Arriva il permesso, la sezione è messa in sicurezza, possiamo aprire la cella. Giro la chiave e faccio scattare la sicura. Do un leggero colpo col piede per far spostare la pesante porta blindata.

Un’ondata nauseabonda mi investe in pieno. Smorzo sul nascere un conato di vomito. Il mio collega fa lo stesso.

Non è fumo derivante dalla combustione della Marijuana, tanto meno del tabacco, è qualcosa di molto più forte.

Ci copriamo in maniera raffazzonata naso e bocca e raggiungiamo il tizio steso a terra. La testa è infilata sotto al letto. Lo dobbiamo spostare da lì, non c’è spazio di manovra.

Lo afferro per una spalla, Piotr lo prende per le gambe. Imprecando, riusciamo a metterlo in posizione di sicurezza. Lo guardo, ha il volto livido. Respira ma non reagisce ad alcuno stimolo verbale. Gli stringo con forza la struttura tendinea posta tra collo e spalla. Si contorce in una smorfia. La nocicezione non è alterata.

Piotr recupera dalla borsa un piccolo flacone e me lo passa. Sono Sali di Ammonio, li metto davanti al naso del disgraziato ed attendo che facciano effetto. Normalmente la risposta è istantanea.

La faccia del tizio si contrae lentamente, quasi deformandosi. Le guance si irrigidiscono dando la parvenza di un sorriso. La smorfia è grottesca. Denti marci e bava che cola da un angolo.

Inizia con un lamento diaframmatico. Poi spalanca gli occhi di colpo ed inizia ad urlare. E’ cosciente ma pesantemente disorientato. Mena pugni all’aria ma, se non stiamo attenti, ci prende. Lo spazio è esiguo, dobbiamo uscire.

Piotr tira un calcio alla nostra borsa e la fa volare fuori dalla cella. Per uscirne, quasi ci tuffiamo.

Chiusa la porta dietro di noi, lasciamo che smaltisca l’overdose. Chiediamo ad una delle guardie di sorvegliarlo da fuori e chiamare se dovesse peggiorare. Torneremo più tardi, quando sarà tranquillo, per un vero e proprio esame accurato. Per ora ci interessa solamente che sia vivo.

“It’s Spice” dice Piotr, mentre rientriamo nella sezione sanitaria. Mai sentita, gli chiedo cosa sia.

Mi spiega brevemente che si tratta di una droga sintetica ottenuta mescolando diverse sostanze.

Non si può sapere bene cosa ci sia dentro, continua, perché ogni volta che una partita di Spice entra nel carcere, è diversa. Sintetizzata in chissà quale scantinato, può contenere dalla cocaina al detersivo per i piatti. Tagliate in parti sconosciute.

La Spice elude i controlli ed entra in carcere nonostante le frequenti perquisizioni. I detenuti inalano i fumi di combustione ottenuti bruciando piccole porzioni di carta, imbevute di sostanza. La speranza è quella di passare qualche minuto, o qualche ora se l’effetto è buono, altrove. Il viaggio è solo nella loro mente. Il corpo rimane accasciato a terra, contorto ed anestetizzato, spesso riverso nei propri fluidi.

 

 

La manager ci avverte che, quella mattina, dopo la somministrazione dei farmaci, siamo tutti convocati dal direttore del carcere. Ci accoglie nella sala normalmente destinata alle funzioni religiose. Quasi tutto lo staff del carcere è già riunito in assemblea. Ci uniamo anche noi ed aspettiamo.

Arriva il direttore, cala il silenzio. Inizia un discorso improvvisato. Con pochi preamboli ci spiega che la routine del carcere cambierà con effetto immediato. L’ondata di contagi di Covid-19 si sta diffondendo troppo rapidamente all’esterno e non possiamo permetterci che dilaghi in un ambiente così promiscuo.

Il carcere chiude. Mi chiedo cosa voglia dire con quelle parole. Siamo già chiusi dentro. La mia mente non concretizza le conseguenze di quel nuovo ordine direttivo.

Chiudere il carcere significa bloccare i contatti con l’esterno. Niente più visite ed incontri tra familiari e detenuti. Si fermano anche le attività collaterali. Niente più lezioni o permessi lavorativi. Si chiude la palestra e si interrompono le funzioni religiose. Le celle resteranno chiuse per 23 ore al giorno. Un’ora, diluita nell’intera giornata, dovrà bastare per recuperare i pasti, socializzare e lavarsi.

Dopo l’incontro, rientriamo in ufficio tutti un po’ perplessi. Le nuove direttive ci risultano incompatibili con la nostra attività sanitaria. Di colpo, tutti gli appuntamenti per le visite ambulatoriali, vengono cancellati. Si ferma anche l’attività dentistica e fisioterapica. Ci viene detto che dobbiamo dare priorità agli interventi essenziali e visitare solamente i pazienti più gravi. Mi appare tutto un’enorme stronzata. Sono visibilmente irritato. Ci pensa John, con la sua proverbiale compostezza, a farmi ragionare. Mi fa notare che si sta adottando lo stesso approccio utilizzato “fuori”. Progrediscono i contagi, diminuiscono le attività. Si limitano le interazioni sperando di minimizzare le possibilità di contagio.

John mi dà subito il riferimento della gravità della situazione. Immagina, mi dice, se il virus iniziasse a propagarsi qui dentro. Solo i detenuti sono più di settecento. Con lo staff al completo, il complesso ospita più di mille individui. Annuisco, conscio del fatto che non disponiamo delle risorse per affrontare quello scenario.

In realtà, abbiamo poche risorse per affrontare anche uno scenario ben più blando. Ordiniamo i dispositivi di protezione, ci arrivano mascherine cinesi. Penso alla sottile ironia che c’è dietro. Facciamo notare che non bastano, ci rispondono che dobbiamo attendere. Della linea di rifornimento, noi siamo gli ultimi. I presidi finiscono in ospedale, prima. Da noi, dopo; se avanzano, aggiungo io.

Le nuove divise, da usare durante questa ondata di contagi, vengono fatte a mano da una signora che gestisce un ente benefico. Ricavate da vecchie lenzuola. Abbiamo il lusso di scegliere il colore. Opto per un “total black” che mi sembra appropriato al periodo storico che sto vivendo. La mia è una subdola allusione alla “black plague” che ha infestato le contee inglesi nel medioevo, ma dubito che qualcuno riesca a cogliere il riferimento.

Piotr sceglie il verde. Lo stesso colore della sua divisa da paramedico. Dice che, vestito così, rilassa i pazienti. Quali pazienti? Gli ambulatori sono chiusi. Al mattino distribuiamo i farmaci e controlliamo le giacenze in magazzino. Il resto del tempo è piatta attesa.

“La lista degli appuntamenti, stampala”. Sono gli appuntamenti cancellati. Ci sono circa dieci nomi scritti e per ognuno di essi una breve nota. Guardo Piotr, lo conosco e so che è impaziente di fare qualcosa. Quel piattume non fa per noi. “Accompagnami, andiamo a visitarli in cella”.

Un po’ per senso del dovere, un po’ per nostra propensione o anche solo per ingannare il tempo, non abbiamo mai chiuso definitivamente il nostro ambulatorio. Per tutta la durata della pandemia abbiamo continuato a visitare i nostri pazienti.

 

I contagi aumentano a dismisura fuori. Dentro possiamo solamente sperare che le regole vengano applicate con scrupolo così da evitare che il contagio dilaghi senza controllo. Si decide di destinare parte del settore “H” a quarantena interna. Un singolo corridoio, l’unico con celle e docce separate. Le guardie turnano a rotazione per garantire la sicurezza dei detenuti isolati.

 

“Dobbiamo vedere il signor Smith dopo la dispensa dei farmaci”.

Il signor Smith è isolato. Uno dei primi casi di Covid-19 all’interno del carcere. Lo conosco bene perché l’ho visitato in cella qualche giorno fa. Dolore addominale. Addome trattabile, ma il quadro generale non mi piaceva.

“L’ho mandato in ospedale due giorni fa”. Spiego a Piotr. Lui accenna ad un sorriso quasi beffardo. Mi irrito.

“Gli hanno fatto qualcosa? Una TAC, un ECO?”.

Piotr mi legge ad alta voce il certificato di dimissione. Riassume brevemente, ma in sostanza l’hanno a malapena visitato. Il referto del pronto soccorso riporta più o meno in parafrasi quello che avevo scritto nella lettera con la quale l’avevo inviato in ospedale.

Decidiamo di visitarlo di nuovo. I casi sono due: o il signor Smith mente e vuole farsi un secondo giro in ospedale, oppure sta veramente male. Se la seconda opzione fosse vera, saremmo già in ritardo con una diagnosi ed un trattamento.

Arrivati alla sezione “H”, io e Piotr iniziamo a coprirci con i presidi di protezione. Di guardia alla sezione di isolamento c’è Guz, una guardia romena. Ho un rapporto diretto e simpatico con lui perché conosce un po’ di italiano. Entrambi ci scherniamo a vicenda utilizzando gli stereotipi delle nostre nazioni di appartenenza.

“Buongiorno, capo di tutti i capi”.

“Guz, spiegami perché quando ci sei tu in turno succede sempre qualcosa. Lavori ogni tanto?”.

Mi manda a quel paese mentre apre l’inferriata del corridoio per farci passare. Piotr si gode lo sfottò volutamente a sfondo razzista e se la ride.

Terminati i convenevoli goliardici si torna seri. Guz è diligente nel suo lavoro, se chiama di solito c’è davvero qualche problema da risolvere.

“Sta ancora male?”. Gli chiedo facendo cenno con la testa in direzione della cella del signor Smith.

Mi spiega che non ha fatto altro che lamentarsi. E’ rimasto a letto, niente colazione, niente doccia.

Guardo Piotr. Anche lui ascolta seriamente il resoconto che ci fa la guardia.

“Va bene, diamo un’occhiata noi; se abbiamo bisogno ti chiamiamo”.

Aspettiamo che Guz sia a distanza di sicurezza e apriamo la cella. Il signor Smith è rannicchiato a letto, riverso su un fianco. Mentre ci avviciniamo, ci presentiamo. Quasi non ci considera.

Alzo il tono della voce per farmi capire meglio. Gli spiego che lo devo visitare.

Lo giro verso di me, lo vedo madido di sudore. Grigio in volto. Si trattiene l’addome con entrambe le mani.

Mi spiega che gli fa male nello stesso punto dell’altro giorno. Il dolore è solo che peggiorato.

Al controllo dei parametri il quadro inizia a definirsi meglio. Ipotensione accompagnata da una bassa saturazione d’ossigeno. Anche Piotr è convinto che ci sia qualcosa sotto. Ma cosa?

Faccio cenno a Piotr di stare pronto, forse ho capito. Distendo le gambe al signor Smith e gli chiedo di provare a rilassarle. Gli stendo le mani lungo i fianchi. Temo che, per quello che sto per fare, si altererà parecchio. Premo l'addome con andamento circolare. Trovato. Blumberg positivo. Imprecazioni del signor Smith. Guardo il mio collega, l’ha visto anche lui.

“Chiama Guz, lo dobbiamo mandare in ospedale. Di nuovo”.

Intanto è passata mezz’ora e la cella inizia a sembrare un forno. A turno, io e Piotr usciamo a prendere aria. Teniamo il signor Smith monitorato ad intervalli regolari. Infondiamo liquidi da un accesso venoso di fortuna. Il suo dolore aumenta, la saturazione cala.

Per fornire l’ossigeno ad alto flusso siamo costretti a cambiarci e indossare le tute anti contaminazione.

Guz, la guardia, è fuori dalla cella. Tiene lui i contatti radio. Io e Piotr restiamo dentro la cella. Una bombola eroga quindici litri di ossigeno in circa venti minuti. Ne abbiamo due con noi, sono tranquillo.

Chiedo a Guz di confermare l’ambulanza. Sento la sua radio gracchiare. Sono già stati allertati.

Passa un’ora dal nostro arrivo, la prima bombola è finita, abbiamo circa quindici minuti di ossigeno nella seconda. Nessuna ambulanza in vista. In accordo con Piotr decido di abbassare il volume di erogazione, dobbiamo temporeggiare.

Il sudore cola lungo la schiena, ho le mutande completamente bagnate. Anche la visiera è coperta internamente da una patina umida che non posso togliere. Le tempie pulsano.

Guardo Piotr, suda e impreca. Il signor Smith peggiora e non possiamo fare molto di più.

Chiamo Guz ad alta voce. “Give me an ETA”. Silenzio dal corridoio.

Mi affaccio e lo vedo con la faccia preoccupata. Mi spiega che dalla centrale operativa non sanno quando ci sarà un’ambulanza disponibile.

Bestemmio in corridoio, mi calmo e rientro in cella. Non è il caso di farsi vedere agitati né dal collega tanto meno dal paziente. Mi siedo a terra a fianco al letto, controllo il livello di ossigeno. Lo abbasso ulteriormente. Il signor Smith nota quel gesto, si volta a guardarmi. E’ grigio e boccheggia. “You’re doing great”, lo esorto mentendogli. Gli spiego che ho abbassato l’ossigeno perché i livelli nel suo corpo vanno bene. Gli nascondo la verità. Non posso dirgli che probabilmente sta andando in shock per via di una peritonite che avrebbero dovuto diagnosticargli quando l’ho mandato in ospedale giorni fa.

Gli stringo un polso con la scusa di controllare la frequenza cardiaca. Mi convinco che quel gesto possa racchiudere e trasmettere un po’ di umanità.

“They’re here”. Le parole di Piotr mi sollevano. Mi giro e vedo i paramedici dell’ambulanza entrare con una nuova bombola di ossigeno.

Messi al corrente della situazione, trasferiscono il signor Smith d’urgenza all’ospedale.

Lo rivedrò soltanto un paio di volte al suo rientro in carcere, dopo l’intervento al pancreas.

In un’occasione, sottovoce, mi ringrazierà.

 

 

Qualche giorno fa ho consegnato la mia lettera di dimissioni. Un paio di mesi e torno in Italia. La mia mente è altrove. Pianifico il trasloco, cosa tenere, cosa buttare. Immagino come sarà tornare a casa dalla mia famiglia, rivedere i miei amici, senza la scadenza del biglietto di ritorno.

Per alcuni colleghi la notizia della mia partenza è stata uno shock, per altri un sollievo. Sento un’aria diversa quando arrivo in ufficio la mattina. John ha gli occhi più tristi, lui continuerà a lavorare in carcere fino alla pensione. Piotr ha trovato un nuovo lavoro, a breve lascerà anche lui il carcere. Gabriel partirà per l’America con sua moglie. A settembre la nostra squadra non esisterà più.

Una foto ci ritrae tutti insieme al matrimonio di Stephanie, una nostra collega.

Sotto c’ho scritto “International Emergency Response Team”.  La guardo con malinconia e so già che mi mancheranno tutti. Ma ho preso una decisione ed intendo onorarla. Torno a casa e farò i conti con le conseguenze che porta.

 

Quando alla trasmittente di servizio arriva un codice rosso, l’adrenalina sale, va in circolo e spinge fuori ogni riflessione malinconica. La mente torna concentrata. Il resto è superfluo, quasi inesistente.

Corro prima lungo il corridoio, poi su per tre rampe di scale. Il codice rosso è in una cella del terzo piano. Al mio arrivo trovo solo una guardia che mi fissa con gli occhi sgranati, quasi fuori dal cranio.

La porta della cella è aperta, non c’è sangue. E’ tutto pulito ed ordinato. Il detenuto, sdraiato supino a letto, sembra mi stia aspettando. Credo sia un falso allarme ma entro lo stesso per verificare.

Mi identifico col detenuto che mi fissa con gli occhi sbarrati. E’ immobile. Respira.

Muovo gli occhi seguendo la direzione testa- piedi. All’altezza del torace mi fermo.

Un manico di legno di circa dieci centimetri gli sbuca dal torace.  Trattengo in gola il riflesso viscerale mosso dalla scena. L’imprecazione, invece, esce fluida.

“I want all healthcare available, on my location”. Urlo alla centrale. Chiedo supporto, un’ambulanza e un defibrillatore.

Gabriel e Millie, arrivano in un paio di minuti. Il briefing dura meno di trenta secondi: il paziente è vigile, i parametri sono stabili ma ha un oggetto contundente piantato nel petto. Il detenuto non collabora, non riferisce né forma né dimensione dell’oggetto. Tace sulle dinamiche dell’accaduto.

In situazioni come questa, risulta di vitale importanza ottenere più informazioni possibili sulle dinamiche dell’accaduto. Conoscere la tipologia dell’oggetto, l’angolo e le modalità con cui è penetrato può determinare l’epilogo dell’intervento.

Non sappiamo nulla, presumiamo il peggio e agiamo di conseguenza. Siamo tutti d’accordo, iniziamo.

“Hope it’s not your best t-shirt”. Mi rivolgo al detenuto mentre gli taglio la maglia per esporre il torace.

Millie è al fianco, tiene monitorati i parametri. Mi fa cenno col pollice verso l’alto, la pressione è ancora buona.

A torace esposto, Gabriel inizia a stabilizzare l’oggetto. Con garze e nastro adesivo lo fissa al torace. L’angolo di ingresso non deve assolutamente variare. Lavora con precisione.

Fissiamo anche le piastre del defibrillatore. Ci aspettiamo un arresto cardiaco nel giro di pochi minuti. Se quell’oggetto è lungo come stimo, ha sicuramente compromesso un ventricolo.

Chiedo ad entrambi i colleghi di eseguire un controllo generale della situazione, non voglio lasciare nulla al caso. Il paziente è ancora vigile. I parametri sono stabili. Liquidi in infusione veloce, ossigeno ad alti flussi. Oggetto stabilizzato. Defibrillatore pronto. Lascio Millie e Gabriel a tenere la situazione monitorata. Devo capirci di più sulle dinamiche dell’accaduto.

Fuori dalla cella si è raccolta una quantità impressionante di persone. Guardie e colleghi del dipartimento sanitario ci hanno osservato lavorare in silenzio. Con gli occhi cerco la guardia che ha diramato l’allarme. Spero abbia smaltito lo shock iniziale e sia in grado di darmi qualche dettaglio in più. Mi spiega che nessun altro detenuto si è avvicinato a quella cella.

Sono più confuso di prima. Non è stato attaccato. Tutti i detenuti erano nelle loro celle a consumare il pranzo. Mi spiega che Aaron, da alcuni giorni, si stava isolando. Per questo motivo, la guardia, aveva deciso di effettuare un controllo extra del detenuto, trovandolo così.

Tentato suicidio, dunque.

Rientro in cella dai miei colleghi. La situazione è molto più delicata del previsto. Devo metterli al corrente.

A turno, con la scusa di farli riposare, li porto in corridoio e li ragguaglio sulla nuova situazione.

Aaron, il detenuto, ha tentato di togliersi la vita. Ora è vigile, stabile e non è da escludere che possa provarci una seconda volta. Ci accordiamo su una strategia chiara. Millie controlla i parametri. Gabriel tiene d’occhio le mani del paziente: se le muove, va immobilizzato. Se toglie l’oggetto da torace, io inizio a rianimare.

Chiedo a Millie una lettura dei parametri ogni cinque minuti.

Ogni cinque minuti mi conferma che tutto è rimasto invariato. La situazione è sotto controllo.

Mi sfiora un pensiero. In due anni che sono qui dentro, non è mai morto nessuno. Adesso che ho deciso di andare via, sta a vedere che…

“ETA ten minutes”. La centrale operativa mi informa che l’ambulanza è al cancello principale. Dieci minuti e possiamo trasferire il paziente. Svaniscono i pensieri. Torno sulla scena e la guardo con distacco. Millie e Gabriel stanno facendo un lavoro brillante. Aaron gira lentamente la testa verso di noi. Forse cinquant’anni, portati benissimo. Appena un accenno di grigio in testa.

“I want to die”.

Lo guardo negli occhi. Sono umidi. Vuole piangere ma non ci riesce.

Mi torna quel riflesso viscerale che avevo stroncato prima. Ma stavolta lo lascio libero. Si traduce in una risposta secca. Senza possibilità di ribattere.

“Not on my watch”. Gli rispondo con un tono deciso. Non muori. Non oggi, non finché ci sono io in turno. Anche Gabriel e Millie sono attoniti.

Più li guardo e più mi convinco della risposta che ho dato. Hanno eseguito ogni operazione con cura e concentrazione maniacale. Una forma di dedizione che non si trova facilmente. Nutro una sorta di riverenza nei loro confronti. Mi hanno supportato in ogni passaggio senza perdere mai la bussola. Ho funzionato come leader esclusivamente grazie al supporto e la fiducia che hanno avuto in me.

Quindi non permetterò a nessuno di strapparci questa vittoria. Ci serve per continuare a fare questo lavoro.

Maschero il nervosismo e l’irritazione che monta dentro. Passo le consegne ai paramedici dell’ambulanza. Insieme, imbraghiamo Aaron e lo portiamo giù dalle scale, fin dentro l’ambulanza.

Verrà operato d’urgenza nelle ore successive. Il giorno dopo scopriremo che aveva usato un punteruolo artigianale fabbricato da lui steso con alcuni oggetti di uso comune. Trafiggendosi, aveva mancato il ventricolo destro di mezzo centimetro. Il bendaggio eseguito da Gabriel gli aveva salvato la vita.

 

L’adrenalina cala solamente dopo aver recuperato la nostra attrezzatura. Iniziamo a renderci conto davvero di quello che è accaduto. Ci riuniamo tutti in ufficio per un briefing veloce prima di una meritata tazza di caffè. Voglio sentire da tutti cosa è andato bene e cosa avremmo potuto gestire meglio.

Rimango da solo a riorganizzare gli zaini, rifornisco il materiale usato. Libero la mente. Guardo l’ora. Altre due ore e torno a casa.

 

18:50

Esco dall’ufficio ed inizio a spegnere le luci. Chiudo a chiave la porta dietro di me. Controllo che la porta dell’ambulatorio sia chiusa. Insieme ai colleghi verifichiamo che anche gli altri uffici siano chiusi. E’ la routine di fine turno. Controllo che la farmacia sia chiusa. Tutto in ordine, possiamo andare.

Corridoio centrale, due serie di porte mi separano dal cortile interno.

Esco all’aria aperta.

19:00

“Hello JO, this is Hotel 1, permission to leave the net for the last time”.

 “Hotel 1, permission granted”.

“That’s received, it has been a pleasure”.

Al cancello principale deposito la trasmittente insieme alla cintura di dotazione ed il badge col mio nome.

Saluto la guardia di turno al cancello, non ci rivedremo più.

 

 

Questi due episodi sono dedicati a tutti i colleghi con cui ho condiviso gli anni più intensi della mia attività infermieristica in Inghilterra. Per esigenze narrative, non ho inserito nel racconto tutti gli aneddoti vissuti insieme. Ma li porto tutti con me.

Grazie.

 

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