Guardo l’ora sul monitor del PC. 00:35. L’insonnia mi
costringe sveglio.
Temporeggio ascoltando un po’ di musica. Arrotolo,
svogliatamente, l’ennesima sigaretta.
Mi adagio reclino sulla sedia. Aspiro nicotina.
Mi guardo attorno. L’appartamento è quasi vuoto. Dovrei
decidermi, una volta per tutte, di finire di arredarlo. Mi ostino a vivere col
minimo indispensabile. Ma non per scelta minimalista.
Da quando Sara è andata via…
No, Sara non è andata via. Sara l’hai mandata via. E’
diverso.
Hai chiuso fuori lei e tutti gli altri. Dì pure le cose come
stanno, tanto sei solo in casa, non ti sente nessuno. Pensavi di potertela
cavare da solo, concentrandoti solo sul tuo nuovo lavoro. Guardati. Vivi a giri
di motore così bassi che a momenti ti ingolfi. Arranchi.
Litigo con la mia metà razionale.
Concludo che deve essere necessariamente una metà femminile,
perché ha ragione.
Ma non gliela dò vinta facilmente. Le faccio notare, prima
di troncare la discussione mentale, che se sono finito così, è per scelta. Per
integrità personale.
Come vuoi, ma se hai bisogno, mi trovi qui.
Ho una metà razionale femminile e anche molto comprensiva.
Il blues che esce dalle
casse mi incita ad andare avanti così. Da solo, per la mia strada. Anche perché
indietro non posso tornare.
Controllo nuovamente l’ora:
00:45.
Ho anche un messaggio “non
letto”. L’icona rossa prima non c’era.
Qualcun altro come me, ha
problemi a prendere sonno.
“Ciao, sei sveglio?”.
“Si, tu cosa ci fai ancora
sveglia?”.
Si sfoga con me. La immagino stesa a letto
mentre decide di confidarsi. Anche lei è lontana da casa, da sola. Ha lasciato
in Italia famiglia e fidanzato. Il lavoro, qui in Inghilterra, non le piace. Fa
anche fatica a ingranare con le colleghe. Anche lei, la notte, dorme poco.
Ho conosciuto Giorgia al
corso di “induction” quando mi hanno assunto all’ospedale di Coventry. Anche
lei italiana. Per alcune affinità personali, e per solidarietà tra
connazionali, abbiamo legato fin da subito.
“Tu che fai?”.
“Faccio passare il tempo,
non ho sonno”.
“Mi racconti una storia?
Così poi magari mi addormento”.
La sua domanda mi spiazza. Tutto
viene filtrato attraverso il grezzo setaccio della chat digitale. Ma percepisco
la spontaneità di quella richiesta. Quel bisogno, quasi infantile, di ascoltare
una favola per prendere sonno. La supplica dell’adulto di fuggire i problemi
reali. Di trovare rifugio in qualcosa di fantastico. Per liberare la mente e
riposare sereno.
Comincio a braccio, non so
ancora fino a dove io possa arrivare.
Tutto inizia su una collina, sul fianco di una collina sul
quale, da ormai un paio di ore si stava adagiando la bruma. Quella fitta
nebbiolina galleggiava a mezz’aria avvolgendo tutto. Riempiva ogni spazio, ogni
anfratto. Aveva il potere non solo di espandersi nello spazio ma anche nel
tempo ed in qualche modo fermarlo.
A questo pensò il giovane Juri quando si fermò ad ammirare
il panorama che gli si apriva davanti, concedendosi qualche attimo di riposo.
Juri era un giovane apprendista delle Arti Alchemiche presso
l’ormai anziano Pazius.
Pazius, come il padre prima di lui, aveva servito il re
presso la Corte in funzione di curatore.
Ora, invecchiato, stava istruendo il giovane orfano Juri, a
seguire i suoi passi.
Juri stava a riposare su quella collina e i pensieri,
dapprima focalizzati su quel panorama tanto particolare, si stavano lentamente
sfumando. Ricomponendosi in un’immagine mentale totalmente diversa.
Quella di lei.
Juri l’aveva vista solamente un paio di volte. Lei stava
sulla riva opposta del lago che lui e Pazius erano soliti visitare al termine
delle lezioni quotidiane. Così, mentre raccoglieva erbe e fiori utili alla
pratica dei giorni successivi, Juri osservava la ragazza. Di lei lo avevano
colpito soprattutto i capelli. Lunghi, lunghissimi capelli fini che lambivano
appena i glutei.
Lunghi capelli di un colore insolito per quelle terre,
chiari. Juri si domandava in quali terre, in quali valli lontane, potessero
essere usuali capelli di quel chiarore.
All’improvviso, una pacca alla spalla sinistra gli fece
svanire l’immagine di lei. A riportarlo alla normalità, ancora una volta, era
stato il vecchio mentore. Per Pazius era evidente ormai da giorni, il ragazzo
manifestava una propensione alla distrazione, normale per la sua età. A Juri
mancavano ancora due anni di studi prima di potersi mettere al servizio del re
come curatore e Pazius, due anni, forse, non li avrebbe avuti.
Al termine delle giornate infatti, Pazius si ritirava sempre
più stanco e la sua zoppia, sulla quale ironizzava attribuendola all’età, si
andava aggravando con fitte lancinanti al termine di ogni passeggiata. Sapeva,
in cuor suo, di dover utilizzare al meglio il tempo rimasto per indottrinare il
ragazzo alla nobile Arte di curatore.
Due anni erano trascorsi per Juri ma non per Pazius, che non
fu mai in grado di vedere il proprio allievo diventar curatore presso la Corte
del re. Da quella grande, ennesima perdita, Juri aveva però trovato la forza
per proseguire lo studio delle Arti tanto care al suo mentore. Partito poco
dopo la morte di Pazius, aveva viaggiato in terre straniere apprendendo i segreti
di altri maestri.
Una volta ottenuto il titolo di curatore, aveva deciso di
ritornare in quei luoghi dove tutto aveva avuto inizio. Come ultima forma di
rispetto verso il suo mentore, aveva deciso di esercitare le Arti nell’unico
luogo che considerava casa.
Durante i suoi viaggi Juri aveva visto le corti regali
presso cui esercitavano gli altri curatori e studiosi di Alchimia. Tuttavia,
aveva anche visto le atrocità e le ingiustizie riservate a chi stava fuori.
Alchimia e Arti curative erano ritenute, in quei tempi,
mestieri per pochi eletti. I sovrani omaggiavano i propri curatori con cospicue
ricompense ma esigevano, in cambio, esclusività assoluta. I trattamenti,
infatti, andavano amministrati solamente alle classi elitarie affini alla
Corte. Nulla restava per quelli lasciati fuori.
Juri così decise, una volta tornato nelle proprie terre, di
esercitare l’arte appresa ma non presso la Corte del sovrano. Tornò presso le
rive di quel lago tanto caro, lo attraversò, e decise di stanziarsi lì, tra gli
alberi e i sambuchi dove aveva visto per la prima volta lei.
Quel pensiero era rimasto immutato nella sua mente, anche a
distanza di anni.
Col tempo era stato in grado di costruire prima una capanna
poi una modesta casa in legno. In quella casa accoglieva persone di ogni
estrazione sociale. Curava tutti, senza esigere ricompense. Accettava di buon
grado le donazioni ma non era mai spinto dal desiderio di possedere. Così, chi
poteva, lasciava selvaggina o frutti del proprio orto in cambio dei servigi
ricevuti.
Juri era semplice. Viveva di offerte, curandosi di chi aveva
bisogno.
Nei momenti di solitudine ripensava a lei, ai suoi capelli e
al fatto che lei, su quella sponda, non l’aveva più rivista.
Fermiamoci un attimo, ora.
Sento la necessità di dare un consiglio.
Juri rimane su quella sponda del lago a fare quel che meglio
può con i suoi malati ed i suoi pensieri.
Invito il lettore a rileggere il titolo di questa storia. Lo
analizzi. “Juri e il valore del tempo”.
Juri è dunque il nostro protagonista e abbiamo visto di cosa
è stato capace fino a questo punto. Orfano allevato da Pazius. Con dedizione è
riuscito a trovare una sua posizione in questo mondo (di fantasia).
Si è poi posta una congiunzione non subordinativa dopo il
nome Juri.
E’ dunque il tempo, con il suo valore, a ritenersi
protagonista. Non subordinato al nostro Juri.
Rimetto al lettore il compito di trovare il valore di questo
tempo passato insieme. Confido nelle sue capacità e non interverrò più a dar
consigli di lettura. Riprendiamo pure la storia di Juri. Da quella sponda del
lago dove lei non era più stata vista.
Juri trascorse così i suoi anni e, ormai noto per le sue
abilità curative, aveva iniziato a prendersi cura di genti provenienti anche dalle
provincie confinanti.
Un giorno, Juri, aveva preso la sua barca e stava nel mezzo
del lago, intendo a pescare. Un richiamo, quasi un grido, dalla riva, aveva
interrotto la sua attività.
Voltatosi, si era reso conto che, una ragazzina richiamava
la sua attenzione unendo ampi movimenti con le braccia a grida di aiuto.
Qualcuno aveva bisogno di lui e, a giudicare dall’insistenza dei lamenti, anche
con una certa urgenza. Decise allora di tornare a riva e affrontare la nuova
situazione.
Man mano che si avvicinava alla riva, Juri era in grado di
distinguere meglio i tratti della ragazzina. La pelle era di un intenso color
rosa ma si rese ben presto conto che era il sole del pomeriggio a donare quella
colorazione.
Carnagione chiara, quasi pallida, lunghi capelli chiari e un
abito rosso porpora. Quel rosso Juri lo aveva visto prima.
Durante il suo peregrinare, dopo la morte di Pazius, aveva
trascorso qualche settimana a Ghadel.
Una piccola provincia sul confine Nord. Lì le stoffe rosse
arrivavano dal mare. Era una provincia di commercianti, persone aperte agli
scambi e dalla cultura affascinante. Indossavano abiti colorati e accesi per
enfatizzare il pallore dei loro corpi. Questa flessione di stile era parsa
difficile da comprendere per Juri, il quale poco si accostava alle mode del suo
tempo.
Gli restava ora da capire cosa potesse farci una ragazzina,
giunta da Ghadel in quel pomeriggio così tranquillo, sulla sogli di casa sua.
Fissata con una fune la barca, Juri percorse la passerella
quasi correndo e si affrettò al cospetto della ragazzina. Juri dovette
sforzarsi particolarmente per distinguere le parole pronunciate tra i
singhiozzi ed i gemiti. Quel dialetto non lo parlava da anni ma qualche parola
era riuscita a carpirla.
“Mamma” e “grande
male” lo avevano disorientato.
Recuperò l’attenzione solamente grazie agli strattoni
insistenti della ragazzina che, prendendolo per la cintura, lo costringeva ad
entrare nella sua casa.
La modesta casa di legno in cui Juri viveva era stata, nel
tempo, attrezzata con una piccola stanza nella quale Juri praticava le Arti. Un
letto di paglia per chi necessitava ed un banco sul quale poter lavorare e
preparare pestati e distillati. Sulla parete antistante al banco, stavano
appesi tutti gli attrezzi destinati ai rimedi che si definivano “pratici”.
L’attenzione di Juri in quell’occasione cadde immediatamente
sul giaciglio. Sicuro di averlo lasciato vuoto, senza nessun ospite da curare,
prima di dedicarsi all’uscita in barca. Lo aveva ritrovato occupato. Difronte a
lui una donna non più giovane ma con qualcosa di particolare.
Il tempo pareva fosse stato più clemente con lei, non
l’aveva toccata, solo appena sfiorata. Juri senti un tremito irradiarsi dal
petto alle spalle e poi su fino al collo ed in fine al volto e sorrise.
Lunghissimi capelli fini, chiari. Così chiari che ai suoi
occhi risultarono inconfondibili. Era lei.
Juri capì allora il valore del tempo: l’attesa.
Juri l’aveva attesa e non aveva gettato il suo tempo.
Nell’attesa si era preparato per potersi prendere cura di
lei.
“Grazie”.
“Buonanotte, a presto”.
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