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Rugby, la prima volta.

 

Sono passati alcuni giorni dal mio arrivo. Le prime questioni burocratiche sono risolte. Sono stato assegnato ad un reparto ed i turni sono iniziati ad essere regolari. Oggi però è il mio primo giorno libero, voglio uscire ed andare a vedere la città.

Non so bene come orientarmi quindi mi sveglio presto per raccogliere qualche informazione. Inserisco su Google l’indirizzo della struttura nella quale mi trovo ed usando Maps cerco di capire come muovermi. Raggiungere il centro sembra relativamente semplice. La strada è tutta dritta. Mi annoto mentalmente due luoghi che devo assolutamente attraversare così da evitare di perdermi. Una chiesa e una scuola. No, non una scuola qualsiasi. A Rugby infatti si trova “La Scuola”. Ovvero, quella dove, nel 1823, il Signor William Webb Ellis inventò appunto il Rugby. La devo assolutamente vedere.

Prendo lo zaino, ci metto dentro lo stretto necessario ed esco senza fare colazione. Mi sento quasi un esploratore. Un turista, di sicuro. E’ una sensazione che non mi abbandonerà mai per tutti gli anni della mia permanenza all’estero.

E’ una sensazione un po’ strana da descrivere ma di fatto ho vissuto quasi sette anni sentendomi sempre un po’ “turista”. Ogni strada, ogni luogo visitato per la prima volta, non potevo conoscerlo in anticipo. I miei giorni di riposo dal lavoro hanno sempre avuto un retrogusto di piccole vacanze all’estero, in miniatura.

 

Mi incammino lungo la strada dritta che porta verso il centro. Poche centinaia di metri e vedo, sulla destra, una chiesa. Eccola, l’ho trovata. E’ quella che avevo visto pochi minuti prima su Google. Sono sulla buona strada.

Una splendida chiesa, in perfetto stile gotico, si erge sulla cima di una piccola collina a lato della strada. Le case attorno creano un forte contrasto di stili architettonici. E questo la mette ancor più in risalto.

Proseguo ancora e finalmente arrivo. Vedo prima un campo sportivo, curatissimo. Il verde acceso dell’erba tagliata con precisione. Poi l’edificio. Mattoni color panna per la muratura inferiore. Rossi sulle porzioni più elevate. Una torre centrale conferisce a quel luogo un’aura di importanza che quasi impressiona. La statua commemorativa del reverendo Webb Ellis pone il sigillo definitivo. Qui è nato il Rugby.

 

Oltre la scuola, si apre una piccola zona pedonale, contrassegnata da una pavimentazione a ciottoli anch’essi rossi. Quello, in buona sostanza, è il centro di Rugby. Devo essere sincero, me lo aspettavo più grande. Ci metto pochi minuti a girarlo tutto. Mentre cammino, osservo. Noto una gran quantità di Pubs, ognuno col suo stile. In poco tempo scoprirò che Rugby è il paese con il più alto numero di Pubs per miglio quadrato, dell’intera Inghilterra. Questa peculiare caratteristica ha una notevole ripercussione sulle abitudini dei suoi abitanti. Abitudini che, da bravo “turista” ho cercato, negli anni, anche io di approfondire. Con scarsi risultati, se non drammatici. La media oraria di pinte bevute da un inglese, infatti, è superiore (quasi del doppio) a quella di due italiani messi insieme. I dati sono certi, frutto di osservazioni condotte personalmente sul campo. Prove e riprove, coinvolgendo anche un ex alpino. I risultati ad oggi, non sono cambiati.

Mi muovo attraverso il centro senza una vera e propria meta. La mia attenzione viene catturata da una grossa insegna arancione. Lettere cubitali compongono la scritta “Kuni’s Coffee & Comics”. Incuriosito, entro a dare un’occhiata. E’ una caffetteria come quelle che si vedono nelle serie TV. Bancone classico da bar e tavoli con divani tutt’attorno. Su una parete dedicata, fumetti e gadget tutti ben ordinati.

E’ il paradiso dei nerd. Mi sento a mio agio. E se ne accorgono anche le due bariste. Ai loro occhi probabilmente sarò sembrato come un bambino al luna park. Una di loro mi chiede se va tutto bene. Le sorrido e le dico che va tutto molto bene. Ordino un caffè americano e un dolce di sfoglia e mandorle. Anche questa sarebbe ben presto diventata una consuetudine nei miei momenti liberi. In quel bar così curato ho trovato fin da subito un piacevole comfort.

Non essendoci molti avventori, tantomeno stranieri, agli occhi delle due ragazze che vi lavorano appaio un po’ come una nota stonata. Spiego loro che sono arrivato dall’Italia per lavorare a Rugby come infermiere. Non credono alla mia storia. Per loro è incomprensibile lasciare un Paese così bello, per andare ad abitare proprio lì. Non me lo spiego bene nemmeno io e restiamo tutti un po’ perplessi.

Lisa e Annette, così si chiamano. Lisa è la più bassina delle due, capelli corti a caschetto. Occhiali.

Annette, invece, è alta e snella. Capelli tinti di blu elettrico e piercing su entrambe le guance. Decisamente più appariscente ed eccentrica.

Per i miei primi mesi di permanenza a Rugby, sono state le uniche due persone con cui ho parlato al di fuori dell’ambito lavorativo. Credo di non averle mai ringraziate per le loro chiacchierate spontanee e le discussioni sui film.

Mi dicono che se sono appassionato di cinema devo andare assolutamente da “Strand”.

“What’s Strand?”. Chiedo incuriosito. Vai a vedere, mi rispondono. Mi danno alcune indicazioni approssimative su come arrivarci. Finisco il caffè e mi metto nuovamente in cammino. Inforco Church Road, mi lascio la chiesa sulla destra e proseguo. Faccio come mi hanno detto.

Ecco “Strand”. Da fuori non si capisce bene che tipo di negozio sia. Entro ancora più incuriosito di prima.

C’è un silenzio rilassante. Ovunque mi giri, film, DVD catalogati meticolosamente per genere. E ancora, album musicali divisi per genere ed artista. Un’intera sezione di retro-gaming occupa la porzione sinistra del negozio.

Col passare del tempo, diventerò un cliente abituale anche di quel negozio. E’ proprio grazie a “Strand” e Paul, il gestore, se oggi possiedo una bellissima collezione di film e dischi musicali.

Oggi “Strand” non esiste più. Ha chiuso qualche anno fa, forse a causa dell’eccessivo mercato “On-demand” del settore multimediale. L’altra faccia dell’era digitale è anche questa.

 

Decido di tornare al mio alloggio, ho passato una piacevole mattinata e sono di buon umore.

Percorro, per non perdermi, la stessa strada fatta all’andata e mi abbandono ad una riflessione.

I luoghi visitati, le persone incontrate e l’atmosfera pacata che ho trovato, mi hanno alleggerito un po’.

Mi convinco che in fondo non è poi così male. E’ vero, sono lontano da casa, ma posso farcela.

Per ambientarmi inizio da qui, dai luoghi che portano qualcosa di particolare, di affine alla mia personalità.

In fin dei conti, ambientarsi, è proprio questo. Trovare la propria affinità.

 

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